
Lopez, Ferrari, Esposito
Nell’ambito delle giornate di studio dedicate a “Medicina e filosofia nella Magna Grecia” mercoledì 22 aprile presso il liceo classico Pitagora di Crotone si è svolta la presentazione del libro di Francesco Lopez “Il pensiero olistico di Ippocrate. Riduzionismo, antiriduzionismo, scienza della complessità nel trattato sull’Antica medicina”. Il volume, edito per i tipi della casa editrice Pubblisfera, è stato patrocinato dall’Associazione dei dermatologi della Magna Grecia.
I lavori hanno preso avvio con l’intervento di saluto del preside Vittorio Emanuele Esposito, il quale ha ripercorso le tappe degli incontri che nel 2009 il liceo Pitagora ha dedicato al tema del rapporto tra medicina e filosofia. Il dirigente si è quindi soffermato ad illustrare l’impianto generale del testo di Lopez, sottolineandone l’originalità e l’importanza: “un’opera notevolissima, veramente fondamentale, che colma un vuoto nel panorama degli studi dedicati al settore”.
Di seguito Angelo S. Ferrari, segretario dell’Associazione dei dermatologi della Magna Grecia, dopo aver ricordato l’impegno editoriale dell’Admg ed il sostegno offerto negli anni alla promozione della storia della medicina e della cultura medica antica, ha tracciato il profilo de “Il pensiero olistico di Ippocrate” nel giudizio della critica: “l’opera, il cui primo volume risale al 2004, è stata definita da Giorgio Cosmacini, il maggiore storico della medicina italiano, come ‘gioiello prezioso, utile non solo agli storici della medicina e del pensiero scientifico, ma a tutti coloro cui preme la vera cultura’. Il testo, entrato nella bibliografia ippocratica di riferimento, è richiesto in tutto il mondo, persino da studiosi di Cina e Giappone”.
L’incontro è quindi proseguito con la relazione dell’autore. Francesco Lopez, ricercatore per il triennio 2009-2011 presso il Dipartimento di filosofia dell’Università di Pisa, ha preso in esame le affinità culturali ed i raccordi individuabili tra l’Antica medicina ippocratica e la dottrina medica di Alcmeone di Crotone.
Il trattato, della fine del V secolo a.C., nel suo insieme costituisce un testo fondamentalmente di dietetica, con al centro la nozione greca di dieta come corretta nutrizione nonché quale corretto modo o stile di vita.
L’opera rappresenta un unicum. Diversi sono i motivi. Per la prima volta non solo si affrontano consapevolmente, in ambito medico-naturalistico, questioni di metodo e di corretta conoscenza scientifica, ma viene presentato anche il quadro d’insieme dello sviluppo storico-culturale dell’arte di Asclepio, dalle origini all’età classica.
Per la prima volta, inoltre, viene presentata una sintesi del pensiero greco contemporaneo e si dà corso ad una rielaborazione critica delle sue strutture portanti.
A riguardo, basterebbe notare che, se si esclude la tradizione indiretta e tarda sulle dottrine di Pitagora, il De prisca medicina è il primo testo dell'antichità a noi giunto in cui compaia e sia documentalmente provato il termine “filosofia” come sostantivo astratto.
Di là dalle considerazioni di ordine generale, il dato più rilevante concerne la questione ivi dibattuta sul modo più sensato e più corretto di considerare ed apprezzare le proprietà fisiche dei corpi, in relazione alla natura dei cibi e degli alimenti; dell’organismo umano; della loro reciproca interazione.
Lo studio accurato del testo consente di individuare l’emergere di due paradigmi scientifici. Da un lato si rende testimonianza, nell’opera, della posizione di medici e sapienti (dei quali non è detto il nome) impegnati sul finire del V sec. a.C. a studiare le proprietà naturali dei corpi come “sostanze” (hypo-theseis); ovverosia come particelle elementari, ciascuna concettualmente ben definita nel suo “livello fondamentale” di conoscibilità (il caldo, il freddo, l'umido, il secco, etc.).
Dall’altro viene progressivamente enunciata e dimostrata, da parte dell’autore ippocratico dello scritto, la necessità di valutare le proprietà dei corpi – sia dal punto di vista qualitativo che, sotto forma di umori, dal punto di vista quantitativo – come “forze” o “campi di potenzialità” (dynameis).
La distinzione tra “sostanze” (hypo-theseis) e “forze” (dynameis) non solo genera un differente approccio alla professione medica, ma prefigura in qualche modo, la contrapposizione, oggi al centro del dibattito filosofico-scientifico, tra riduzionismo ed antiriduzionismo.
I medici oggetto di polemica nel trattato ritengono che il modo migliore di conoscere i fenomeni naturali ed antropici sia quello di sottoporli ad analisi e riduzione. Di ciascuna proprietà occorre definire il livello fondamentale, la sua “ipotesi”. Nel lessico greco il termine “ipotesi” assume propriamente il significato di “ciò che sta al fondo” (hupò, “sotto” + tithemi, “pongo”). Le proprietà vanno studiate una per una, quasi come “atomi di significato”. Occorre, in tal senso, parlare di umore caldo, freddo, umido, secco, dolce, amaro, etc. distintamente e separatamente, e come qualità e come quantità.
Al contrario l'autore ippocratico dello scritto ritiene che le proprietà fisiche dei corpi non possano essere studiate separatamente le une dalle altre, né ridotte a sostanze. Esse, infatti, sono “complessi dinamici”, dimensionate in uno status di reciproco equilibrio, come forze e potenzialità dispiegate le une insieme alle altre, per così dire, in un “labirinto di interazioni”.
Non solo, ma le proprietà sono “migliaia” (murìa) e, come tali, tendenzialmente infinite, irriducibili, impossibili da sottoporre a rigido, schematico e definitivo controllo logico-concettuale.
L'esempio proposto dall'autore dell'Antica medicina concerne il pane. Come prodotto finito, fenomenicamente disponibile alla nutrizione degli esseri umani, la focaccia di frumento comprende un insieme di proprietà. Queste – osserva il professionista ippocratico – sono talmente varie e differenziate, dipendenti da un numero così elevato di fattori (processi di lavorazione, materia prima, cottura, etc.) che non è possibile isolare le singole componenti.
Senza contare il differente effetto sull'organismo dei singoli individui. Adoperando forme espressive mutuate dall'odierno dibattito scientifico-filosofico, potremmo dire che le proprietà degli alimenti per l'autore antico sono complesse ed emergenti.
Non molto dissimile è l'esempio comunemente oggi richiamato dalla filosofia della scienza riconducibile all'acqua.
Le proprietà – si rileva – di ciò che chiamiamo “acqua” non possono essere conosciute mediante riduzione a particelle elementari. Se, infatti, si considerano le proprietà dell'idrogeno e dell'ossigeno come a se stanti, o come mescolate, non si riesce a descrivere per intero ed adeguatamente l'insieme delle proprietà dell'acqua (limpidezza, fluidità, etc.). Queste sono emergenti rispetto a qualsivoglia tentativo di reductio.
Il problema di fondo di fronte al quale il medico ippocratico si trova è quello di individuare il modo migliore di studiare la complessità. Premesso che non serve allo scopo il criterio della coerenza logico-formale, in quanto troppo astratto e mimetico rispetto alla varietà dei fenomeni e dell'esperienza, e che non ha senso, di conseguenza, la regolarità universali, il modo migliore per l'uomo di scienza di comprendere, secondo verità, una determinata res consiste nel ragionare olisticamente (dal gr. holos, “intero”).

L'olismo greco di matrice platonica ed ippocratica, del tutto diverso da quello moderno, consiste essenzialmente nel pensare ciascuna cosa in quanto contesto, rete, labirinto aperto ed irriducibile di relazioni e rapporti. Ciascun aspetto della realtà è visto come dimensionato all'interno di contesti, reti di rapporti, senza che vi sia un limite ultimo di compimento o di compiuta perfezione.
Al contrario, l'olismo che, sul modello della Metafisica di Aristotele, si è affermato nel pensiero della modernità, soprattutto a partire dagli inizi del Novecento, si presenta sotto forma di “teoria dell'intero” come “teoria della totalità”. Il tutto – si osserva – è più della somma delle parti. Con l'espressione “tutto”, “intero” si vuole indicare un livello ultimo, perfetto, ben delimitato e circoscritto di completezza. Il requisito della completezza è estraneo alla cultura dell'antichità arcaica e protoclassica. Olismo non è “teoria del tutto”, ma teoria della complessità, dell'integrità, del contesto: in breve del “rapporto di ciascuna cosa con ciascun'altra”.
Così, nel concreto dell'esercizio della professione, il medico dovrà occuparsi della condizione evenemenziale, in cui si viene a trovare ciascun malato in ciascuna situazione data. Il criterio-guida per la diagnosi e per la terapia diventa l'ascolto del corpo. Ascoltare il corpo significa calarsi
in medias res, ricercare, indagare “con tutte le forze” ragionando per contesti e rapporti di relazione. A tal fine è necessario far leva su una pluriformità di strumenti, dall'osservazione sensibile all'abile uso delle mani, dalla conoscenza degli studi e delle scoperte acquisite alla capacità di interloquire col paziente, dal ragionamento concreto all'intelligenza dianoetica. La consapevolezza della complessità e dell'emergenza spinge l'autore del trattato a concepire in ultima istanza la medicina come ricerca. La medicina è
historie, storia, nel significato greco di indagine radicata nei fatti e negli eventi;
pragmateìa, rapporto di esperienza con le cose dentro le cose.
La scientificità di una determinata conoscenza non viene affidata al criterio della coerenza logico-formale, (diremmo noi oggi alla non-contraddittorietà dei dati), ma viene fatta dipendere dal grado di intensità con il quale colui che indaga riesce a stare e ad operare in medias res, rapportando olisticamente ciascuna cosa con ciascun'altra. Simili capacità è l'akrìbeia. Quella che tradizionalmente viene considerata come precisione, esattezza matematico-quantitativa, per l'autore del De prisca medicina si identifica con la capacità di attraversare e penetrare i fenomeni, rimanendo al loro interno (*ak). Accade così che l'obiettivo più alto cui può aspirare la scienza della natura non sia, in termini positivi, la certezza, l'evidenza, la verità incondizionata, ma in termini eminentemente privativi il “minor errore possibile”, la “non-distorsione”, il “non-falso”, il “meno disadatto”.
Tra gli intellettuali attivi in contesti scientifico-filosofici non direttamente riconducibili alla scuola medica di Cos, l’attenzione della critica si è soffermata su Alcmeone di Crotone (fine VI sec. a.C.). La posizione dell’illustre medico crotoniate si rivela, per molti aspetti, congenere, e non già contraria, a quella espressa dall’autore del De prisca medicina.
Nello specifico è possibile individuare alcuni punti di contatto ben marcati: la dottrina del benessere antropico (hygieia) come “equilibrata proporzione di proprietà” (isonomia ton dynameon), tra cui – si osserva – “l’umido, il secco, il freddo, il caldo”; la nozione di proprietà fisica in quanto dynamis, “potenzialità” o “forza”, “capacità dinamica” di interazione; l’osservazione circa la complessità indefinita ed irriducibile delle qualità fisiche dei corpi. In Alcmeone, di là dalla menzione di “caldo, freddo, umido, secco” come proprietà specifiche e ben determinate del corpo umano, non si esclude expresso verbo la pertinenza al medesimo discorso di “altre proprietà” simili, come, ad esempio, “il dolce”.
E questo in linea con l’idea-guida, attestata da Aristotele in Metafisica 986a 25-30, di considerare principi delle cose un numero indefinito di coppie di opposti; l’idea proposta da Alcmeone che il sapere propriamente umano sia di natura congetturale (tekmairesthai) trova conferma nelle osservazioni dell’autore ippocratico dell’Antica medicina circa gli esisti privativi della conoscenza scientifica.
L’omogeneità ‘culturale’ tra il De prisca medicina e la dottrina medica di Alcmeone appare evidente per altri aspetti. Non sfugge, a riguardo, la centralità che la scuola medica pitagorica riservava alla dietetica, secondo la testimonianza di Giamblico, né l’attenzione di Pitagora per la ricerca.
In merito a quest’ultimo aspetto, le osservazioni polemiche di Eraclito (40; 129 DK), il quale additava Pitagora come semplice ricercatore erudito, se rapportate al valore positivo ed alla dignità epistemica che il concetto di ricerca assume nella tradizione ippocratica, valgono ad ulteriormente evidenziare le affinità culturali tra la scienza pitagorica e la più matura arte medica di V secolo. Entrambe si attestano nella caratterizzazione della conoscenza come ricerca ed indagine, congetturale in Alcmeone, privativa in Ippocrate. Conoscibile per uomini è il probabile.
È in questo ambito, complesso ed emergente, che secondo il punto di vista della medicina greca arcaica e classica, trova la sua più autentica dimensione la scienza della natura, il sapere attento alla realtà delle cose interno alle cose stesse, per citare il poeta latino Orazio in medias res.
[AlVal]
[24.04.2009]
Francesco Lopez,
Il pensiero olistico di Ippocrate, vol. I-IIA,
Pubblisfera Editrice 2004-2008
ISBN 88-88358-35-8, pp. 184
ISBN 978-88-88358-55-0, pp. 480