
Indubbiamente la Sila, la Magna Sila, la Grande Selva, resta ancora per gran parte sconosciuta agli stessi abitanti della Calabria. Storicamente, antropologicamente sconosciuta. Preda fino a non molti anni fa della piccola transumanza, di bracconieri, di pescatori di frodo e di legnatico selvaggio, della raccolta indiscriminata e incontrollata di funghi e frutti di bosco, che tanto hanno distrutto fino a quasi desertificare fiumi, fauna boschiva e, parzialmente, i boschi stessi limitrofi agli insediamenti urbani.
Qualche decennio addietro si sproloquiava da parte di intellettuali piagnoni e disinformati di Velo di Maya, che la ricopriva, misteriosa e leggendaria. Solo, appunto, da pochi decenni scarsi e disorganizzati insediamenti turistici, un qualche sviluppo di Frazioni dei paesi montani (ma non dei paesi stessi), e soprattutto il Parco Nazionale della Calabria (1968) e in seguito il Parco Nazionale della Sila, nonché l’Ente Sila, hanno consentito una parziale riscoperta di questa grande selva.
Ma la Sila non fu quest’entità misteriosa di cui si sproloquiava. Si sa ormai, grazie anche alle ricerche archeologiche della Soprintendenza per i beni archeologici della Calabria, che i primi insediamenti umani in Sila risalgono almeno a 700.000 anni fa, all’homo erectus, e poi all’uomo di Neandertal, all’età del bronzo e giù giù, dai Bruzi ai Greci ai Romani e fino all’epoca moderna degli anni ’60 del Novecento. Ossia, la Sila fu il luogo dove si espresse una vera e propria civiltà. E non poteva essere diversamente visto che la Calabria è un sistema montuoso-collinare ininterrotto per il 91% del suoi territorio e le pianure ne coprono appena il 9%.
Certo, la regione comprende anche il 10% di tutte le coste italiane (circa 716 Km) ed è costeggiata da due mari, ma, accanto allo sviluppo costiero (parziale, disorganico e un po’ straccione), la parte del leone non aveva potuto farla che il resto del territorio, proditoriamente abbandonato o poco sfruttato dall’unità d’Italia in poi.
Neanche gli uliveti (le migliori olive, preda in nero delle filiere dell’olio del Centro-Nord), i giardini d’agrumi e i frutteti, i prodotti pregiati dell’orto e degli allevamenti, che pur annoverano le razze ovine, caprine, suine (il maiale nero) e bovine (la podalica, in via di “protetta” estinzione) tra le più pregiate e autoctone (le razze bovine di questo tipo in Italia sono, appunto, 5: Chianina, Romagnola, Marchigiana, Maremmana e, per l’appunto, Podalica), le varietà di grano duro e di altri cereali, i vitigni pregiati (preda della Francia e, in nero, delle solite filiere settentrionali), e così via, la Regione Calabria e il Ministero delle Politiche Agricole sono riusciti a salvaguardare e a promuoverne l’industrializzazione e la commercializzazione nazionale e internazionale.
Rende giustizia a tanto sfascio e furto di memoria l’ottimo, appassionato, preciso saggio di Francesco Cosco, storico locale e membro della Delegazione calabra di Storia Patria). Un saggio anche faticoso (nel senso che per comporlo il Nostro avrà senz’altro dovuto percorrere migliaia di chilometri, a piedi e in macchina, per documentarsi de visu, e leggere e confrontare decine di documenti). Un libro, insomma, affascinante, che rende merito, pur se su un argomento parziale, La via della pece, così titola il saggio delle Edizioni Prometeo, alle attività antropiche, culturali ed economiche, che si svolgevano in Sila. E’ un testo che andrebbe diffuso con lungimiranza e anche nelle scuole. Finalmente un pezzo di memoria riconquistata – e si sa che un popolo senza memoria è un popolo senza futuro.
Cosco, pur partendo dalle attività legate all’ancor oggi famosa pix bruttia e, presumiamo, dalle ricerche archeologiche di un Domenico Marino e di Armando Taliano Grasso, nonché dalle testimonianze di tanti altri studiosi e cartografi, dipana davanti ai nostri occhi un reticolo di attività economiche, di relazioni umane e stilemi linguistici, di strade e insediamenti, di monasteri e casali che riempiono il cuore e restituiscono non poco orgoglio per questa terra silvana, così bistrattata e dimenticata. Non dimenticata però, per esempio, dagli autori latini – che in parte, secondo l’economia del suo “racconto”, Cosco cita – come Plinio o Cicerone, ma, soprattutto come Virgilio, che nell’episodio Amor omnia vicit delle Georgiche, attraverso la lotta dei due tori per la conquista della formosa iuvenca, restituisce l’ambiente silano come metafora del carattere dei suoi abitanti: fiero, passionale, tenace, amante risoluto e irremovibile della propria patria. Un carattere ben conosciuto e patito dai Romani e da Annibale.
Cosco, restituisce inoltre il carattere laborioso, affaccendato, pronto, intelligente delle popolazioni silane e calabre in generale. Dunque, scrive, la Sila come luogo di insediamenti agricoli, pastorali, artigianali e produttivi della pece e del legname pregiato per costruire e calafatare navi, e non solo.
Di quella laboriosità, tenacia e intelligenza è rimasta ben poca cosa e i prodotti conoscono un mercato esclusivamente locale, al più regionale. Non vi sono mobilifici e sfruttamento diversificato del legname (anzi, arrivano, e partono carichi di alberi tagliati, Tir targati Bologna, Modena e altre province). Non vi sono industrie e commercio nazionali e internazionali di paste, di salumi e di prodotti caseari pregiati (che quando vengono saggiati al Centro-Nord si leccano i baffi), di pane (frumento e segale, grano duro semi-integrale, di castagne), della patata viola, particolarmente dolce, di liquori (grappa paisanella, mirto, liquirizia, amari), di mostocotto, di conserve, specie dei funghi e di altri frutti di bosco, di fichi, di pomodori, di miele, di olio, della ‘nduja. Comincia appena a farsi strada il vino pregiato.
Perché? Beh, questo è un discorso che non può farsi qui, nello spazio limitato di un articolo, ma abbiamo già indicato nell’incipit la colpevole assenza della Regione e del Ministero, e quindi si rimanda, se si vuole, per risposta alla domanda, a nostri brevi e lunghi saggi comparsi sia nel periodico il Crotonese, sia sulla rivista on line e cartacea Area Locale, sia sulla rivista CalabrOne.
[Luigi Capozza]
[22.07.2010]
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